2009, Frantumazione

    Il nostro mondo, il mondo attuale, ci ha abituato ad assumere ed assimilare il tutto con una facilità allarmante ed una velocità indicibile; e non vi è differenza, nella forma, fra aree geografiche, appartenenze sociali, livelli culturali o dimensioni professionali. Si potrebbe palesemente affermare che questo aspetto della globalizzazione infierisce su chiunque.

    Fatte salve alcune zone del pianeta dove la vita, di quel poco che ancora esiste, scorre a ritmi per noi inimmaginabili, il Consumo ha invaso la terra, autoconnotandosi, a nostra insaputa, quale peggior virus deleterio di tutti i tempi.

    L’uomo si illude di poter coniugare ricchezza e sostenibilità attraverso forme evolute di organizzazione sociale, forte, a suo dire, della enorme conoscenza tecnologica sviluppata soprattutto nella seconda metà del secolo scorso.

    Nulla di più pericoloso ! Gli esempi che vanificano tali chimere appaiono quotidianamente sotto gli occhi di tutti noi. Ma non c’è il tempo (neppure la volontà) di avvertirli.

    La frantumazione costante che invade il nostro tempo e il nostro spazio appare come una effimera soluzione che inevitabilmente si trasforma in un accumulo di problematiche; un intervento pensato per interrompere flussi negativi ed antiproduttivi, diventa esso stesso elemento di incalzante asfissia. Il frantumare, questa azione apparentemente disgregante, distruttiva, ma al tempo stesso provocatoria, modificatrice,  assume spessori opposti alla sua natura: si frantuma aggiungendo laddove già c’è troppo.

    Un banale esempio? Osservate gli asfalti delle città. Costruire, distruggere, ricostruire… è un continuo rimaneggiare che stride con il concetto di super organizzazione ostentata dalle amministrazioni pubbliche.

    Il paradosso del nostro tempo è che noi tutti viviamo dentro la frantumazione, lamentando una insostenibile tensione da essa provocata. Le tecnologie, ma non solo esse; tutto ciò che nasce per rendere la vita dell’uomo più agiata e agevole, sono sostanzialmente delle “estensioni” dell’uomo stesso. Le “cose” debbono essere a portata di mano, dentro noi se possibile.

    Documentare, fotografare, fissare questa evoluzione diventa una necessità, un obbligo per chi usa gli arnesi dell’arte per esprimere le proprie riflessioni, Senza offrire soluzioni o attribuire responsabilità. Semplicemente uno sguardo furtivo in uno di quei momenti che per fatalità o convergenze comuni, la frantumazione ha lasciato spazio al pensiero. Al di fuori della porta del mondo.